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Le tappe del processo di individuazione
La realizzazione
del sé è un obiettivo difficile, al quale gli esseri umani giungono
attraverso tappe di avvicinamento a volte molto dolorose
La prima tappa
individuata da Jung è l’incontro con l’OMBRA, la nostra parte
oscura, quella che per ragioni morali, etiche o razionali rifiutiamo,
perché ritenuti socialmente inaccettabili e che vengono rese visibili
dalle emozioni.
Ma accanto
all’ombra personale c’è quella collettiva, il lato oscuro dello Zeitgeist,
ciò che si oppone all’evolversi del mondo in quel momento.
Solo venendo a
contatto con la propria ombra, attribuendovi quindi dignità di esistenza
e riconoscendola come parte di noi stessi, possiamo abbandonare le
proiezioni e ricostruire la nostra identità che comprende anche la
parte oscura di noi.
La
seconda tappa
riguarda invece la coppia di opposti maschile-femminile. Dal punto di
vista archetipico questi opposti si definiscono ANIMUS (maschile)
e ANIMA (femminile).
Ognuno di noi porta
dentro di sé il corrispettivo archetipico inconscio dell’altro sesso,
che, come per l’OMBRA, deve venir conosciuto ed accettato come parte
integrante dell’individuo per percorrere il cammino dell’individuazione
del sé. L’anima e l’animus si manifestano apertamente come contenuti
simbolici/inconsci all’interno dei sogni e nelle emozioni che proviamo.
Ognuno di noi ha l’esperienza infatti di aver provato emozioni che
vengono normalmente attribuite al sesso opposto, e di averle così
catalogate e respinte, come non congruenti all’interno della
PERSONA.
Non dimentichiamoci
che per Jung il termine persona assume il significato proprio della
mitologia greca, è cioè la maschera dietro la quale si nasconde
l’attore che recita, la somma dei ruoli che ci attribuiamo e che gli
altri ci attribuiscono.
L’INDIVIDUO
invece, rappresenta ciò che sta dietro alla persona, la vera essenza che
contiene quindi anche quei contenuti archetipici, inconsci e dissonanti
con il ruolo svolto, che fanno parte integrante del proprio sé, e che
devono essere appunto incontrati, riconosciuti e accettati per
permettere la propria individuazione.
La
tappa
successiva è l’incontro con l’archetipo del
VECCHIO SAGGIO.
Tale archetipo
rappresenta per l’uomo il mito dell’eroe, del saggio appunto, nella
donna quello della Grande Madre. Si tratta di figure che similarmente
ai due principi Yin e Yang come principio femminile e maschile
primordiale, anima e animus, somigliano ai due simboli dell’I CHING:
il creativo e il ricettivo, rappresentano la personificazione in
termini spirituali dei principi maschili e femminili nella loro
perfezione.
L’uomo forte è
infatti l’eroe, che a tutto da forma, la grande madre è invece la
sovrana ,universale, pietosa e magnanima, ambedue hanno scoperto la
verità.
Il confronto con
questa figura archetipica è particolarmente difficile, perché l’incontro
con esso, e la sua accettazione all’interno del percorso individuale,
può portare a megalomania e presunzione. L’incontro con il vecchio
saggio, dopo aver preso coscienza della sua esistenza come costrutto
psichico e conoscenza dei suoi contenuti, si deve risolvere nel passo
successivo, che è quello della DISINTEGRAZIONE di tale immagine, una
volta inglobata, e il ritorno verso sé stessi
in quanto esseri
viventi, che, presa coscienza del principio assoluto, hanno anche
coscienza di non incarnarlo.
In questo modo il
maschio si libera dell’immagine del padre e la donna di quella della
madre e per la prima volta si comincia a sperimentare il
carattere
unico della propria individualità
L’ultima immagine
archetipica è quella del SE’.
Giunti all’immagine
del sé sono stati compiuti i passi che hanno integrato fra loro concio e
inconscio, in un centro di unicità psichica, il SE’ appunto.
E’ il punto di
equilibrio, lo scopo dell’intera esistenza, perché permette
all’individuo di risolvere finalmente il conflitto fra la duplicità
delle realtà che lo caratterizza, il conscio e l’inconscio,
l’interno e l’esterno, realizzando quello che Jung chiama
l’UNITA’
DEGLI OPPOSTI, l’unione di Yin e Yang, l’uomo ROTONDO.
Il simbolismo dei Chakra
Jung è stato
fortemente influenzato nel suo pensiero dalle filosofie orientali con le
quali ha trovato innumerevoli punti di contatto e di integrazione
all’interno della sua visione del mondo.
La
procedura di
individuazione ha infatti caratteri di universalità, così
come universali sono i simboli utilizzati per seguire tale percorso,
egli individua anzi la presenza universale di un istinto di
individuazione che riguarda ogni forma di vita, che per diventare
tale si manifesta attraverso una
differenziazione.
Jung si serve
dell’antico simbolismo dei Chakra per trovare una
sistematizzazione dell’esperienza di passaggio della materia in
esperienza astratta che ha caratterizzato l’essere umano in migliaia di
anni, e ha sviluppato una mappa delle regioni archetipiche
corrispondenti ai sette chakra della simbologia orientale,
mettendo in relazione la dimensione ascendente del percorso di
individuazione psichica al movimento di Kundalini, il serpente energia
che attraversa i sei Chakra per arrivare poi a Sahasrara, il settimo
Chakra che è fuori del nostro corpo e rappresenta l’unione di Shakti e
Shiva della filosofia tantrica e ci mette in contatto con il
trascendente.
Il viaggio di
Kundalini
MULADHARA.
Il primo chakra è la terra, la radice delle cose, il fondamento del
mondo
Questo è il luogo
energetico in cui l’essere umano è istinto, non consapevolezza.
Qui
incontriamo Kundalini, che ci guida verso i chakra successivi, che
ci spinge avanti anche di fronte alle difficoltà, che dal punto di vista
psicologico, ci porta a d affrontare al vita. Dal punto di vista del
simbolismo evolutivo siamo nel luogo in cui la vita è fisicità, un
germe, una condizione iniziale, ma è anche la
fonte dell’energia
psichica che spinge a vivere.
Il suo colore è
rosso,
quello del sangue, della passione oscura e terrena. Qui vive
Shakti,
una delle due divinità che si uniranno nel settimo chakra.
SVAADHISTHANA.
Il secondo chakra è il luogo energetico in cui ci tuffiamo nel
flusso, galleggiamo. Ha tutte le caratteristiche dell’inconscio ed
è acqua. Simbolicamente è il mare, la femminilità, l’inghiottimento,
un passaggio di morte simbolica che porta ad una nuova vita, nel
processo di immergersi e riaffiorare.
E’ l’analisi, che
ci porta nell’abisso dell’inconscio, dove possiamo incontrare un enorme
mostro e da quella prova trovare fonte di rigenerazione. E’ le nostre
pulsioni sessuali. il fattore nel quale ci perdiamo ma che
contemporaneamente possiede una grande forza di attivazione e di
superamento.
Il colore di questo
chakra è l’arancio,
una sfumatura più chiara del rosso terreno del primo chakra e che poi ci
condurrà al giallo di Manipura
MANIPURA.
Il terzo chakra è il centro energetico in cui la materia è digerita e
trasformata. E’ la passione emozionale, non più solo materiale ma
emozionale, quella che ci fa dire che stiamo “agendo di pancia” la sua
posizione è infatti l’addome. Rappresenta dal punto di vista psichico
l’agire delle emozioni, il potere.
Il suo colore è il
giallo,
che rappresenta la combustione del sole, è l’inferno delle emozioni e
delle passioni che ci possono rendere ciechi. Finchè siamo in Manipura
siamo nel fuoco della terra, del desiderio dell’illusione, ma anche
della realizzazione spinta dal fuoco che ha risvegliato le emozioni, e
che conduce verso Anahata
ANAHATA.
Il quarto chakra è il centro, il cuore, l’aria. Il percorso di
individuazione arriva al quarto chakra dopo essere passato dal caos dei
tre precedenti, iniziamo a pensare e diventare coscienti, creiamo delle
sequenze dei nostri impulsi e ci poniamo delle domande sulle nostre
emozioni. Qui si compie il processo di identificazione psicologica,
inizia l’individuo, si distacca e prende coscienza della sua esistenza.
Qui c’è il mondo dell’intangibile: sentimenti, mente, qui la mente si
unisce all’immaginazione, ui si comincia ad amare.
Il suo colore è il
verde.
L’aria di Anahata possiede le caratteristiche dell’anima, quella che
sente con il cuore e coglie la natura delle cose, e sono
stati
raggiunti tutti gli elementi che necessitano alla sopravvivenza psichica
(terra, acqua, fuoco, aria)
VISHUDDHA.
Il quinto chakra rappresenta un altro stadio del nostro viaggio, il
pensiero astratto, la sublimazione dell’uomo, la trasformazione della
materia grossolana in quella sottile.
Qui si compie la
percezione dell’altro come empatia e tutto diventa un’esperienza
psichica personale, si compie l’astrazione, la rappresentazione
psichica. Il suo colore è il blu, ed è qui che
prendiamo
coscienza che la nostra rappresentazione del mondo contiene tutte le
immagini archetipiche maturate dalla razza umana, ci identifichiamo e
comprendiamo profondamente il mondo.
AJINA.
Il sesto chakra rappresenta il fattore psichico più completo, quello che
ci fa comprendere che non esiste nulla che non sia anche in noi.
E’ un raggio di luce catturato, è libertà, è la tensione degli opposti
compresa e domata. Il suo colore è l’indaco,è la visione interiore e
extrasensoriale, la sintesi, è espressione completa del non ego,
qui si è parola, verbo, luce. Qui il fattore psichico raggiunge la più
alta consapevolezza e si realizza la fusione del conscio con
l’inconscio.
In SAHASRARA
infine, il settimo chakra, avviene l’unione di Shakti e Shiva, gli
opposti si uniscono e si realizza il viaggio di kundalini.
Non c’è più nulla,
nemmeno Dio, solo il Nirvana.
Jung pensa che il
settimo chakra non possa essere oggetto di essere raccontato, ed è
inutilizzabile, per lo meno per l’uomo occidentale in quanto
non si
dà immagine ma è pura trascendenza.
L’attivazione di
Kundalini dal punto di vista psicologico passa attraverso il meccanismo
terapeutico della consapevolezza e autonomia dell’inconscio, quel
percorso analitico che permette di ammettere che qualcosa si sta
muovendo nella mente indipendentemente dalla volontà.
Jung individua
quindi due tempi nella pratica terapeutica: un primo momento in cui si
attivano gli aspetti personali, si sciolgono le resistenze, si superano
le impurità, un secondo momento che rappresenta l’attivazione
propriamente detta della kundalini e il suo accompagnamneto
attraverso il percorso simbolico dei chakra verso la piena realizzazione
del sé.
L’immaginazione attiva
Uno dei metodi per
perseguire la strada dell’individuazione è quello dell’immaginazione
attiva.
Si tratta di
“forza
immaginativa”, quella capacità di immaginazione diurna, che
provoca attivamente l’apparizione di immagini, una discesa cosciente
nella profondità dell’inconscio che viene così integrato alla coscienza.
Il metodo consiste
in una sorta di introspezione, cioè osservazione del flusso delle
immagini interne, senza che venga imposto alcun tema.
Si comincia
fissando l’attenzione su di un’immagine che giunge spontanea, e si
continua osservando le trasformazioni che questa immagina subisce, come
si arricchisce di dettagli, si sviluppa e si evolve. Nel far questo, è
necessario un abbassamento del livello di coscienza, uno “stato
alterato” di essa che permette l’accesso dei contenuti inconsci, ma
nello stesso tempo un controllo della coscienza in stato di veglia (cosa
che manca nel sogno) sui contenuti inconsci, controllo vigile ma non
rigido, che permette così l’interazione e integrazione per gradi sempre
più elevati delle due istanze psichiche.
Regola principale è
l’eliminazione di ogni critica o censura, e la disposizione mentale a
considerare, nel qui e ora, l’immagine prodotta come realtà.
L’esperienza
personale su questa tecnica ha permesso a Jung di superare turbamenti e
difficoltà legati alla sua storia personale e a trascendere l’ambito
tradizionale terapeutico legato al concetto di “guarigione” tout court.
La tradizionale
impostazione terapeutica è infatti fortemente assogetata al “senso di
realtà”. Ma cosa accade dopo la guarigione? Che posto anno i
sogni, le immagini, il lavoro analitico fatto con i contenuti
dell’inconscio, se si resta in una ambito in cui tali contenuti devono
venir assoggettati alla realtà razionale per essere controllati e
liberati dai loro impulsi patogeni?
L’idea
rivoluzionaria è quella di una psicoterapia che non si esaurisce nella
“guarigione” ma che porta ad un percorso di “visione” dell’inconscio, ad
un’integrazione di esso, con tutto il suo bagaglio immaginifico e
prolifico, nell’armonia della personalità.
Se l’analisi ha ben
filtrato la storia personale, il secondo momento è quello del
confronto con la dimensione archetipica che resta ben ancorata
all’interno dell’umanità di ciascuno di noi.
Questo
atteggiamento immaginativo può essere paragonato al sogno ad occhi
aperti, maturato però in un dialogo interno sulla cui base conscio e
inconscio concorrono insieme, non più nemici ma alleati e parte dello
stesso contesto, ed affrontano INSIEME la vita.
Scopo
dell’immaginazione attiva è quello di abbandonare i costrutti tipici del
perfezionismo occidentale, che anela ad integrare all’interno di una
visione dell’ io ipertrofico ed arrogante ogni manifestazione del sé, e
ad asservirla alle funzioni razionale dell’io pensante.
Se immaginiamo
infatti le funzioni della mente come disposte su 4 livelli,
visualizzando una figura a croce basata sulla coppia di opposti
razionale/irrazionale, vediamo come tra le
funzioni RAZIONALI,
quelle cioè che hanno lo scopo di porre ordine, dare ragioni,
razionalizzare il reale, le due funzioni del
pensiero e del
sentimento.
Il primo
procede ad ordinare per concetti, cerca il significato,la verità, il
secondo agisce sui valori, cataloga le cose come buone o cattive,
come valide o non valide.
Sull’altra
coordinata stanno invece le funzioni IRRAZIONALI, così dette
perché non hanno come scopo quello di ordinare la realtà, bensì di
assumerla come è, come si presenta, senza attribuirvi significato.
Le funzioni irrazionali sono l’intuizione, che coglie le cose
nel loro divenire, in ciò che esse potranno essere, e la
sensazione, che invece si ferma all’ hic et nunc, cogliendo
le cose come immediatezza e attualità.
Nell’immaginazione
attiva le dimensioni di razionale e irrazionale, sentimento ed
intelletto, intuizione o realismo si fondono e si assimilano.
Si tratta di un
vero percorso di AUTOREALIZZAZIONE perché gli opposti che
albergano all’interno di noi si autoregolano per affinità e divergenze.
Jung mette in
guardia dall’uso indiscriminato di questa tecnica, che egli ritiene
accessibile ad un numero limitato di individui
.
E’ necessario in
primis avere la predisposizione per affrontare un lavoro lungo e
difficile.
In secondo luogo è
praticamente impossibile intraprendere questa strada per imitazione, ma
è necessario aprirsi sinceramente e consapevolmente alla ricerca del sé,
liberandosi prima di ogni condizionamento sociale che ci vorrebbe più o
meno simili a modelli precostituiti.
In ultima analisi
egli riconduce alla predisposizione all’intuizione, alla cosiddetta
intelligenza intuitiva la possibilità di intraprendere tale percorso e
mette in guardia da una possibile pericolosissima tendenza al
“tecnicismo” che pretende di utilizzare gli strumenti anzidetti senza le
dovute premesse necessarie, forzandolo e trasformandolo addirittura in
strumento per influenzare le masse ed aumentare il rendimento sociale.
La sua profezia si è purtroppo verificata, in molti casi, con il
proliferare di metodi di dubbia serietà scientifica basati sul concetto
fuorviato della realizzazione del sé, che nascondono invece la volontà
opposta e contrastante con quella originale, di uniformare gli individui
all’interno di percorsi “auspicabili” e socialmente desiderabili, in
nome di una massificazione delle soluzioni che sottende soltanto
l’appiattimento delle coscienze.
Raffaella
Biferale
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